05 Settembre 2009
Alla fine di una presentazione della mia candidatura a Segretario del PD in Lombardia, fatta in una bellissima festa democratica in una grande città della Lombardia, in una sera settembrina ancora caldissima, me lo chiede come se niente fosse; ma voi fareste un’alleanza con Fini? Il mondo è in movimento non c’è dubbio, e basterebbe ricordare la democristiana Merkel che si è alleata per cinque anni con il suo acerrimo oppositore socialdemocratico Schroeder, oppure il laburista Shimon Peres che fonda il partito Kadima con l’ex leader del Likud Sharon, ma tutto questo non basta per immaginare scenari così stravolgenti anche in Italia.
Gianfranco Fini è un uomo serio, preparato, laico, e consapevole della china che sta prendendo il Centrodestra in Italia; troppo succube della Lega sul versante immigrazione e antimeridionalismo e troppo legato alle sorti del Cav. su di un altro versante. E poi è un uomo che guarda lontano, e immagina che la biologia ad un certo punto prenderà il sopravvento, e che nessuno è immortale, per fortuna.
Ma questo non basta a farci pensare che noi e lui siamo parte di una stessa alleanza. Si può e si deve essere alleati su alcune battaglie fondamentali, di indipendenza del Parlamento dal Governo, di difesa della laicità dello stato, di lotta contro la barbarie della violenza omofoba, di difesa dei diritti di cittadinanza e di elettorato degli immigrati. In uno scenario normale sarebbe normale che forze politiche diverse si unissero su questioni di così intuitiva importanza, ma in Italia così non è, e tocca a Fini tuonare contro (oltre ovviamente all’opposizione) al killeraggio mediatico come strumento di lotta politica. Ovviamente Fini pensava al caso Feltri-Boffo. No, rispondo al gentile uditore dell’altra sera a Crema, noi non faremo un’alleanza con Fini, ma guardiamo a lui come ad un ottimo Presidente della Camera e difensore dei diritti costituzionali, saranno gli elettori del Centrodestra a decidere che ruolo assegnarli in futuro. La lotta politica in Italia, dal 1994 in poi, ci ha talmente abituati a dividere il mondo in due che alcuni anche dalla nostra parte, si sono abituati a pensare, sbagliando, che la ragione stia tutta da una parte e il torto dall’altra; non è così e Fini ne è la dimostrazione.
Poche sere fa alla nostra festa nazionale a Genova, Bruno Tabacci ha rispolverato l’idea di un fronte comune dell’opposizione, a partire dalle elezioni regionali in 8 regioni: «La straordinarietà della situazione è tale, il tunnel che porta al modello Putin e al disegno di rendere irrilevante l’opposizione, che occorre reagire. Siamo di fronte a problemi di rilevanza democratica totale. Quindi parlo di CLN, ma occorre tenere presente che le nostre storie sono diverse...». La forza dirompente delle parole scelte da Tabacci è tale che D’Alema non si perde la battuta: «Evidentemente il riferimento al CLN non era una figura retorica, ma Bruno si riferiva proprio alla necessità di passare alla lotta armata...». No lotta armata ovviamente no, assolutamente no, Tabacci si riferiva al Comitato di Liberazione nazionale, come emblema dello stare insieme, nella storia italiana e partigiana, tra diversi che hanno un obiettivo comune.
Attenzione però, il Partito Democratico non nasce per rieditare la Prima Repubblica, per riunire in chilometriche alleanze tutti coloro che sono contro qualcosa, sapendo in anticipo che poi al momento di dire PER cosa sono, quel modello entra in crisi. Tabacci, uomo stimabilissimo, è Tabacci, ma l’UDC non è tutta come Tabacci, basti pensare alla scelta fatta in Lombardia di stare con Formigoni. Io dico prima di pensare a nuove alleanze, guardiamoci negli occhi, al congresso e nelle primarie, e vediamo se siamo capaci di risvegliare il nostro popolo prima di tutto, coloro che non ci votano più, che ci hanno abbandonato, per Di Pietro o per altri, oppure per non votare. Dobbiamo prima essere capaci noi, democratici, di spiegare le ragioni per cui tornare a votare PD, scaldare di nuovo il cuore degli elettori, affrontando il problema del conflitto di interessi, con la legge Veltroni, stabilizzando per sempre la nostra posizione sulle questioni etiche, chiarendo, come stiamo facendo ricette e critiche di fronte alla crisi dell’occupazione che incalza, affrontando il nodo della scuola, e quello dell’ambiente...
Solo un partito che ha recuperato i tanti voti persi può riaccarezzare l’idea di governare il Paese. Le alleanze per quanto larghe esse siano non sostituiranno la forza di chi non ci vota più. A me interessa prima recuperare quei voti.
Poche sere fa alla nostra festa nazionale a Genova, Bruno Tabacci ha rispolverato l’idea di un fronte comune dell’opposizione, a partire dalle elezioni regionali in 8 regioni: «La straordinarietà della situazione è tale, il tunnel che porta al modello Putin e al disegno di rendere irrilevante l’opposizione, che occorre reagire. Siamo di fronte a problemi di rilevanza democratica totale. Quindi parlo di CLN, ma occorre tenere presente che le nostre storie sono diverse...». La forza dirompente delle parole scelte da Tabacci è tale che D’Alema non si perde la battuta: «Evidentemente il riferimento al CLN non era una figura retorica, ma Bruno si riferiva proprio alla necessità di passare alla lotta armata...». No lotta armata ovviamente no, assolutamente no, Tabacci si riferiva al Comitato di Liberazione nazionale, come emblema dello stare insieme, nella storia italiana e partigiana, tra diversi che hanno un obiettivo comune.
Attenzione però, il Partito Democratico non nasce per rieditare la Prima Repubblica, per riunire in chilometriche alleanze tutti coloro che sono contro qualcosa, sapendo in anticipo che poi al momento di dire PER cosa sono, quel modello entra in crisi. Tabacci, uomo stimabilissimo, è Tabacci, ma l’UDC non è tutta come Tabacci, basti pensare alla scelta fatta in Lombardia di stare con Formigoni. Io dico prima di pensare a nuove alleanze, guardiamoci negli occhi, al congresso e nelle primarie, e vediamo se siamo capaci di risvegliare il nostro popolo prima di tutto, coloro che non ci votano più, che ci hanno abbandonato, per Di Pietro o per altri, oppure per non votare. Dobbiamo prima essere capaci noi, democratici, di spiegare le ragioni per cui tornare a votare PD, scaldare di nuovo il cuore degli elettori, affrontando il problema del conflitto di interessi, con la legge Veltroni, stabilizzando per sempre la nostra posizione sulle questioni etiche, chiarendo, come stiamo facendo ricette e critiche di fronte alla crisi dell’occupazione che incalza, affrontando il nodo della scuola, e quello dell’ambiente...
Solo un partito che ha recuperato i tanti voti persi può riaccarezzare l’idea di governare il Paese. Le alleanze per quanto larghe esse siano non sostituiranno la forza di chi non ci vota più. A me interessa prima recuperare quei voti.




